Inserito da: isole | dicembre 23, 2009

Lo strano caso del copriobiettivo Nikon

“Christine deve fare le foto?
Dove? – Con quale macchina?”

La notizia del Comandante Random aveva colto di sorpresa Brown, in genere quando si trattava di fare foto in “esterna” lo coinvolgevano sempre. Non era un eccellente fotografo, ma nelle sue immagini c’era sempre in maniera chiara ciò che lui voleva ci fosse. In un laboratorio di ricerca questo era essenziale.
Brown riproponeva al suo cervello la domanda che poco prima aveva pubblicamente espresso: “con quale macchina?” Sapeva bene che la molteplicità di cose, impegni, eventi che attraversava la giornata di Christine avrebbe probabilmente prodotto una dimenticanza sulla fotocamera da usare, sulla carica delle batterie e su tutto il resto. Egli aveva, ed era pressoché l’unico, le chiavi del “confessionale”, la piccola stanza senza finestre e con una porta di acciaio con serratura di sicurezza a tripla mandata che le conferiva l’inaccessibilità da parte di eventuali ladri e sprovveduti. Il “confessionale” conteneva un lungo elenco di attrezzature foto e video che venivano utilizzate per le attività di laboratorio il cui valore economico era notevole; in realtà come gran parte delle cose del Laboratorio erano in molti a conoscere la collocazione delle chiavi, ma tutti, proprio tutti, al momento opportuno le chiedevano con atteggiamento di referenza. La richiesta verbale era sempre associata alla motivazione, non si poteva entrare di certo se non si avessero ragioni estremamente valide!
Mentre questi pensieri attraversavano la mente assonnata e distratta, Brown si diresse verso il suo piccolo ufficio, si voltò per verificare che nessuno fosse presente alla “cattura” delle chiavi del confessionale nel luogo pseudosegreto e con atteggiamento furtivo le estrasse da una piccola scatola localizzata nell’angolo più recondito di un cassetto di cianfrusaglie. L’intento di tale collocazione non era di nasconderle, ma piuttosto di confonderle nel mezzo di tanta inutilità; ciò avrebbe reso l’eventuale ladro indifferente alla vista delle chiavi.
Questa strategia aveva prodotto risultati positivi qualche mese prima, quando un misterioso individuo aveva dimorato nel Laboratorio per tutta la notte scassinando senza troppi problemi il massiccio portone d’entrata che risultò quindi molto meno sicuro di quanto sembrasse. In realtà il balordo portò via cose di scarso valore rispetto a quanto avrebbe potuto e tra il frugare tra i vari cassetti aprì proprio quello che conteneva le chiavi senza nemmeno notarle. Si preoccupò piuttosto di bere del vino e mangiare le merendine contenute nello stesso riposte da Brown per tentare di sedare i violenti attacchi di gastrite che lo affliggevano: uno dei tanti medici consultati lo aveva consigliato di avere con se sempre qualcosa da mangiare per “impegnare” i succhi gastrici che gli lesionavano lo stomaco.
-“Devo caricare le batterie della Coolpix, di recente si scaricano troppo frequentemente, sarà ora di cambiarle”- fu il pensiero di Brown mentre si diresse verso il confessionale. Aprì la tripla mandata, accese la luce e si diresse con il braccio verso lo scaffale di destra dove recuperò la Nikon coolpix 5700 acquistata qualche anno prima dopo diverse peripezie e incredibili ritardi sui tempi di consegna. La estrasse dalla lussuosa custodia in pelle che la conteneva, ruotò il pulsante su “on” e dopo qualche istante il display diede ragione ai suoi dubbi: la batteria era scarica. Le due ore necessarie a ricaricarla era un tempo compatibile con i molteplici impegni che Cristine avrebbe dovuto risolvere prima di uscire in mare. Inserito il caricabatteria in corrente un led giallo cominciò a lampeggiare e a contare il tempo necessario a saturare di energia la tozza batteria.
Il computer intanto cominciò ad aprire rapidamente pagine, una sull’altra, come se fossero “suscitate” dal pensiero di Brown e non dipendenti dall’azione che il dito indice della mano destra produceva sul mouse; “doppio clic…eudora…password…kam!?3 – ah, il solito spamming mattutino…ma…” L’occhio di Brown si spostò sulla custodia marcata Nikon sulla sua scrivania. Conteneva semiaperta un tappo copriobiettivo di un colore grigio chiaro.
“Come al solito hanno lasciato la macchina senza copriobiettivo, cazzo, ogni volta è così….”
Ma c’era qualche cosa di anomalo in quel copriobiettivo, istintivamente lo tirò fuori dalla custodia per posizionarlo sulla fotocamera ma era decisamente più piccolo, e poi era grigio chiaro, e non nero come avrebbe dovuto. Nel tentare l’operazione Brown si accorse che la scritta SONY stampata in rilievo sulla plastica rivelava la sua vera origine: era quello della telecamera e non della Nikon. Dubbio 1: Chi aveva preso le chiavi, aperto il confessionale e usato la fotocamera? Non certo lui.
Dubbio 2: ma perché qualcuno aveva messo il copriobiettivo sbagliato nella custodia se palesemente non si agganciava? Perché lasciarlo lì, all’interno della custodia?
Brown scoprì che ancora una volta uno  caso strano esigeva risposte chiare. Il primo punto era comprendere CHI avesse usato la fotocamera. Che indizi aveva? Ma certo, le foto contenute nella card digitale avrebbero potuto indicare l’autore e quindi il colpevole!
Rapidamente estrasse la card  e la collocò nel lettore ma niente, era vuota, solo il solito file di testo insignificante…. No, per niente insignificante, doppio clic sul file di testo e sul monitor si aprì una lunga ed organizzata serie di informazioni sulle foto scattate. Tra le tante informazioni su tempi, diaframmi, zoom, modalità, saltò agli occhi di Brown un particolare importante, la data in cui le foto erano state scattate: 29 marzo 2006, ore 11:17.  Come poteva aiutarlo questa informazione?
Continuando a fissare il monitor chiese a voce alta al Comandante Random, nella stanza di fianco al suo ufficio: – “Vince, cosa è successo il 29 marzo?” Era di mercoledì. Vince sbiascicò qualcosa di incomprensibile che Brown rinunciò a comprendere. Finiva con “…..sse”
Allora un’idea balenò nella sua mente: aprì la pagina di Google in internet e digitò 29 marzo 2006 nell’apposita finestra e poi via, invio. La prima voce apparsa rispose immediatamente al quesito e completò la parola sbiascicata dal Comandante: – “Ma certo, eclisse, c’è stata l’eclisse di sole. Si ricordò che quella mattina era stato poco tempo in laboratorio e in molti avevano osservato il fenomeno tentando di proteggersi gli occhi dall’intensa luce solare nonostante la copertura nuvolosa. Ma non ricordava nessuno con la fotocamera, probabilmente era già andato via.
A questo punto il campo si restringeva: nessuno dei tesisti, dottorandi e collaboratori avrebbe mai aperto il confessionale e preso la fotocamera, non erano autorizzati a farlo. Bisognava verificare la lista dei dipendenti presenti: Frank, Maurice, Valery, Mary Chris, Gabriel, Roxana… Tra questi chi era in grado di usare la macchina? Sulla lista venne rapidamente cassata Roxana. Chi, avrebbe pensato di fare delle foto al fenomeno astronomico? La lista si riduceva ulteriormente: fuori Valery, Maurice, Mary Chris molto impegnati con le loro cose.

Ultimi due Frank e Gabriel.

Brown si diresse verso il primo dei due uffici che avrebbe visitato: l’ufficio di Gabriel aveva una sorta di stanza/ingresso nel quale 3 postazioni con i relativi terminali ospitavano dottorandi e tesisti.
Chiese al primo che incontrò, Ivan, un giovane spagnolo delle isole (Canarie) giunto da qualche mese in Laboratorio portando con se una ventata di buon umore iberico.
Brown chiese senza esitazione: “Ti ricordì lo scorso mercoledì? Ti ricordi dell’ecclisse?” – Ivan un po’ turbato dalla sua irruenza rispose : “Sì, certo, l’abbiamo vista in terrazza”.

“Chi ha fatto le foto?” – aggiunse Brown.

“Gabriel” – rispose.

Il dubbio 1 era stato risolto.

Adesso si trattava di capire dove fosse il copriobiettivo originale. L’ufficio di Gabriel era il posto più idoneo, a questo punto, per cominciare le ricerche. Gabriel non era giunto ancora dalla città quella mattina, come in genere faceva quasi tutti i giorni, ma il suo ufficio era già attivo a causa della condivisione dell’angusto spazio con i suoi tesisti e dottorandi.
Quella mattina era comunque vuoto. Brown si sedette sulla poltrona sproporzionata in dimensioni sia per le esigue misure di Gabriel, sia per l’angusto spazio del suo ufficio. Immaginò Gabriel al lavoro, con i suoi due monitor sulla scrivania, cavi, libri pubblicazioni, il telefono, un casino insomma…. Fatte le foto avrebbe dovuto trasferirle sul suo PC, ma nessuna delle operazioni che seguivano avevano a che fare con il copriobiettivo…La scena del delitto era quella, ma il tempo era sbagliato. Era successo prima di fare le foto: Gabriel dopo aver preso la fotocamera sarebbe velocemente tornato nel suo ufficio, forse perché suonava il telefono o forse perché qualcuno dei suoi lo avrebbe chiamato.                                                                         Ma il tempo trascorreva mentre gli spiragli di cielo pulito divenivano sempre più rari tra le nuvole incombenti; si trattava di fare presto. In piedi, stacca il copriobiettivo e……ma certo, la mensola! Brown alzò gli occhi ed ecco che lì, solitario, il copriobiettivo nikon.  Il caso era risolto, anche se rimaneva una piccola incognita: perché Gabriel aveva poi sostituito il tappo SONY della telecamera ponendolo all’interno della custodia NIKON?
Brown spense le luci e chiuse le imposte dell’ufficio di Gabriel e lo attese in silenzio, al buio.
Alle 10 e 8 minuti Gabriel attraversò la porta della prima stanza, quella degli assistenti e, senza accendere la luce si diresse verso la seconda porta, quella del suo ufficio:
Gli parve strano che a quell’ora fosse tutto al buio….Accese la luce e Brown, con uno scatto felino balzò dalla sedia/poltrona, afferrò Gabriel per il braccio destro e con una piroetta ruotò Gabriel costringendolo a sedere. Brown non voleva che Gabriel ragionasse sulla sua risposta e d’improvviso, con fare aggressivo rivolse la fatidica domanda a quest’ultimo: “Perché c’era il copriobiettivo SONY nella custodia NIKON, parla bastardo!”
Gabriel intimorito e, soprattutto vistosi alle corde cedette immediatamente urlando in lacrime: “Non lo trovavo più, non ricordavo dove avevo messo quello NIKON, ti prego, lasciami in pace….”

Brown sorrise, la confessione era pronta e un altro caso era stato brillantemente risolto.

Inserito da: isole | settembre 18, 2009

6 ragazzi

AFGHANISTAN NATO SUICIDE ATTACKSei ragazzi volati via, corpi straziati…
Sei ragazzi, e con loro gente comune che era uscita per andare a comprare qualcosa, per andare a lavoro, a vivere insomma.
Quei ragazzi non erano lì per la Patria o per la bandiera, non erano lì per portare una Pace nella quale forse non credevano neanche loro si potesse portare con le divise addosso e un mitra in mano. Erano lì perché volevano provare a dare una svolta diversa alla loro vita, stavano lavorando e cercavano di farlo nel miglior modo che conoscevano.
Volevano tornare a casa vivi, sposarsi, , baciare la moglie o la compagna, abbracciare la famiglia, prendere per mano i figli.
E forse pensavano a quando sarebbero tornati a poter fare tutto questo, ma poi, click, tutto nero, nient’altro….
Nel 1992 ero spesso in Bulgaria, a Sofia, e conobbi un ragazzo bulgaro che aveva studiato in Italia. La sua particolarità stava nel fatto che era uno dei pochi che era riuscito a guardare il suo Paese da fuori avendo acquisito un occhio più obiettivo. Erano gli anni in cui il muro era caduto da poco e i paesi dell’Est cominciavano a guardarsi attorno, disorientati, confusi.
Andreij, era questo il suo nome un giorno mi disse una cosa che non dimenticherò, e che avrei voluto che ascoltasse G. Bush. Mi disse: “Bruno, la Democrazia non si insegna a nessuno, è il frutto di un lungo processo di maturazione nel quale la gente deve cominciare lentamente a comprendere che esiste un orizzonte lontano ed aperto dietro quel muro che gli occhi hanno sempre visto. Perciò siamo confusi, perciò spesso qualcuno rimpiange il passato, semplicemente perché non sa dove guardare.”
In Afghanistan le cose sono molto diverse ma credo che questo concetto sia quanto mai valido: un Kamikaze è un ragazzo, a volte un bambino, a cui hanno spiegato da sempre che esiste un Dio giustiziere e che lui è il suo braccio. Spesso non ha studiato nulla, spesso non ha letto nulla, spesso è poverissimo e non ha nulla da perdere su questa Terra. C’è qualcuno che invece su questa Terra resta che gli ha spiegato che morire in nome del suo Dio giustiziere gli consentirà di vivere in eterno felice e allora CLICK, e basta, tutto nero….semplicemente…
Sei ragazzi italiani, tante persone afghane, un solo assassino e un enorme nero, e basta.
Credo che ciò che il “mondo occidentale” può e deve fare è aprire, non chiudersi, perché di fronte alla disperazione non c’è confine o centro di segregazione (ops, prima accoglienza) che tenga. La conoscenza è la madre di ogni scelta ponderata.
Se quel ragazzo avesse avuto l’opportunità di comprendere che non c’è nessun Dio giustiziere forse ora sorriderebbe all’idea di una nuova opportunità.
Ora il suo corpo, ma soprattutto il suo sogno, marcisce tra la polvere, il sole cocente e il sangue di sei ragazzi che volevano solo tornare a casa…
Inserito da: isole | agosto 21, 2009

o ssai comm fà o core…

Quando provi un dolore profondo decidi che meriti rispetto per te stesso,

e dignità…

decidi che nessuno più al mondo ti farà del male

che non lo permetterai perché innanzitutto ci sei tu

che sai amare e regalare amore,

che ne hai tanto e che non può essere gettato via

perché è oro il tuo amore

e no, non può essere gettato via ai porci.

Ma il tuo amore non riflette, non ragiona

come fa il tuo cervello

e non ne vuole di ragioni

vuole e basta

desidera profondamente

senza pace

e allora

o ssai comm fa o cor quann s’è n’ammurat….

Inserito da: isole | agosto 11, 2009

Anima

L’anima leggera di un Dio nel cielo della mia stanza

suona una musica dolce

avvolge il mio corpo

penetra i miei sensi

così, senza ricordo

così…

Inserito da: isole | luglio 30, 2009

Wonderland (X te)

aliceinwonderlandms0Le persone a cui vogliamo bene non muoiono,
scivolano solo dall’altra parte della vita
e il nostro Amore li fa essere sereni
e più grande è il nostro Amore più grande sarà la loro serenità.
Chiudono gli occhi, solo questo, e basta

Il Paradiso non è in cielo, no….
Qualcuno ci ha raccontato così sennò avremmo disturbato.
E’ sotto di noi, sotto i nostri piedi, perciò facciamo riposare i nostri Cari lì.
Gli angeli non sono bianchi, non hanno ali ma pale con le quali scavano cunicoli prima stretti e poi grandi scale illuminate che portano giù…

Ricordi Alice, ricordi il Paese delle Meraviglie?
Lei scoprì un cunicolo abbandonato, mai finito perché troppo ripido
E cadde giù…qualcuno pensò che era morta, no, era scivolata dall’altra parte…

Lì incontrano i bambini che non sono ancora nati
È una specie di enorme stanzone bianco dove dormono, in cullette fatte di radici
E aspettano. Perciò in quelli che chiamiamo cimiteri non si fa rumore
Ci sono i bimbi che dormono sotto, sssssssshh!
Sembra che la scala che ognuno di noi scende sia in realtà un percorso a ritroso che porta dritto nella vecchia culla da cui si è partiti.
Le lasciano lì per quello, per far ritrovare qualcosa di se,
un vecchio biberon fatto con una melenzana svuotata
un cappellino rosso, fatto dei petali delle orchidee
e un biglietto con il proprio nome e cognome
scritto in modo incomprensibile per quelli che come noi sono qui:
sono strani segni scritti con la cacca di ogni bambino
che però profuma di tè al gelsomino e pasta fissan.

Quando qualcuno arriva da su ritrova queste cose ed è felice.
Una grassa Signora nera, ma con un camicione bianco sorride e accompagna il nuovo venuto.
Dopo la piccola porta dell’enorme stanzone dei bambini si apre un giardino meraviglioso con un ruscello di acqua fresca e piante di pomodoro di ogni genere: quelli per l’insalata, quelli per il “piennolo” e quelli a ciliegina per i chiattilli capresi.
Il più caro amico che è già sceso prima prepara un enorme panuozzo di pane, pomodoro, basilico, sale, olio extravergine e un peperoncino verde dolce e accoglie il nuovo venuto, e gli da pure un bicchiere di vino.
Si abbracciano, sorridono e sono sereni, ora finalmente sanno che comincia una nuova vita
senza dolore, bella…..

Inserito da: isole | giugno 6, 2009

Ventotene

VentoteneLa luce di questa primavera è troppo forte.

Rimbalza sul muro giallo di fronte a me e torna indietro creando strane forme vuote, stringo gli occhi…

Ventotene si stringe come una giovinetta nel suo grembo, mi ricorda l’epigrafe dell’Isola di Arturo.

Silenzio interrotto da gabbiani che dai tetti più alti di case antiche inarcano la schiena, allargano le ali, curvano il collo e strepitano stridenti urla di potere su questa piccola terra, su questo grande mare, sulle loro femmine, sul mondo.

Acqua verde smeraldo fiorisce in un’infinità di piccole vite che si incoraggiano tra loro, pietre nere incastonate nel tufo compresso, scavato, cariato, immobile, senza tempo.

Respiro, forte, più forte che posso…..

Dedica

Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra,
fu tutto.
E non sarà mai rubato quest’unico tesoro
ai tuoi gelosi occhi dormienti.
Il tuo primo amore non sarà mai violato.

Virginea s’è rinchiusa nella notte
come una zingarella nel suo scialle nero.
Stella sospesa nel cielo boreale,
eterna: non la tocca nessuna insidia.             

  Giovinetti amici, più belli d’Alessandro e d’Eurialo,
per sempre belli, difendono il sonno del mio ragazzo.
l’insegna paurosa non varcherà mai la soglia
di questa isoletta celeste.

                                                             E tu non saprai la legge
ch’io, come tanti, imparo,
- e a me ha spezzato il cuore:

fuori del limbo non v’è eliso.

da “l’isola di Arturo” – Elsa Morante

Inserito da: isole | febbraio 2, 2009

Campi Flegrei

Io e Pino, colui che per anni è stato mio fratello.

Pino ha attraversato con me un ventennio di quella stessa esistenza che ogni uomo vive, condividendo nel profondo un’anima comune fatta di aspirazioni, gioie, utopie, spensieratezze.

Camminiamo lungo il viale Campi flegrei, quello della “gente che va, tempo d’aprile di qualche anno fa”  di bennatiana memoria, quello della mia storia.

Incontro volti mai dimenticati che scopro sotto maschere fatte di nuovi segni che il tempo disegna, di capelli grigi e rughe.

I vecchi amici, quelli che quando cresci non incontri più o che anche se incontri mostrano nuove strade, nuovi affetti, nuove esistenze.

E’ difficile, soprattutto all’inizio, riconoscersi forse perché ciò che cerchiamo reciprocamente è l’amico di sempre che è ormai lontano. Ci si annusa, si cercano conferme in un iniziale imbarazzo incalzante: riconoscersi è incontrare la propria storia, è accettare nella propria percezione il tempo che è passato.

Eppure, dopo qualche istante trascorso a cercare le conferme dell’esistenza di quei ragazzi, le rughe si distendono e i capelli lasciano scivolare via il grigio. Ci abbracciamo, non possiamo fare a meno di suscitare quel “ti ricordi” che avremmo voluto raccontarci tanto tempo fa…

Ciò che siamo è figlio del mondo nuovo che ci ha trascinati via imponendoci di accettare le nuove regole. Quello che eravamo (che è ciò che siamo dentro) è ciò che volevamo fosse il mondo.

Già, “ti ricordi”….

Ricordiamo tutto, vorremmo che tornasse, vorremmo il sorriso e la mente vuota, vorremmo i sogni e non i progetti, vorremmo l’incognita davanti a noi e non le certezze dietro di noi,

vorremmo l’Anima, e la troviamo in quel “ti ricordi” consapevoli di doverla nuovamente rinchiudere dentro un cuore che non trova più il suo tempo…

“Campi flegrei, gente che va,

tempo d’aprile, qualche anno fa…”

Inserito da: isole | dicembre 31, 2008

Capo d’anno

…E sono all’ultimo giorno di questo strano, importante anno della mia vita.

Se penso a questa data degli ultimi anni non posso che associarla ad ore interminabili di ansia e, in fondo angoscia.

Già, perché è inevitabilmente il tempo dei bilanci, del tempo che passa, e vorrei che non passasse…

Ma lunghe tristezze mi hanno (perlomeno) insegnato a provare a rendere questo tempo proficuo.

E’ proprio così, è un giorno come gli altri mercoledì o giovedì o domenica che ogni settimana di ogni mese e di ogni anno attraverso.

Abbiamo bisogno di credere che un tempo si chiude, e con esso tutte le cose belle e brutte che lo hanno contraddistinto e uno nuovo si apre, è un modo, forse, di credere che abbiamo un’altra possibilità di ricominciare. Oggi penso che posso farlo ogni mattina, dopo un giorno che non è andato proprio come avrei desiderato.

Sul mio telefono cellulare giungono continuamente messaggi fatti in serie e inviati a tutta la rubrica con un solo dito, ormai non li leggo, sono pieni di stupide speranze che non importano a nessuno.

Immagino se ognuno di coloro che stanno per inviare centinaia di messaggi senza anima (con la somma gioia dei gestori telefonici) provasse, in alternativa, a pensare profondamente ad una, solo una delle persone a cui vuole bene, intensamente…e basta…

Mi piacerebbe vedere volare veloce tutta questa energia, credo che sarebbe di colore rosso…

Stasera mangerò con un po’ di amici le cose buone che abbiamo cucinato, a mezzanotte uscirò sul terrazzo e guarderò il cielo, proverò a cercare qualcosa di diverso che mi confermi che il 2008 è finito e che il 2009 è arrivato.

Non troverò nulla, assolutamente nulla,

e mi sentirò più sereno…

Inserito da: isole | dicembre 2, 2008

Un pensiero felice

 

Faro del Porto d'Ischia con tramontanaCi sono alcune mattine d’inverno in cui il sole si affaccia basso sull’orizzonte, quasi con timidezza, a ricordarti che c’è dietro quelle nuvole che ti riempiono gli occhi di zucchero filato.

Le mattine del Vento di terra, quando il cielo è terso e l’aria riempie i polmoni di fresco ossigeno, quando il Mare è  blu cobalto e sotto costa le creste delle onde spumeggiano candide e arrabbiate.

Ed io sono lì, un po’ assonnato, sotto il mio pesante giaccone blu, seduto sulla falchetta di poppa della Barca ad aspettare che il motore  riscaldi se stesso e la mia pelle.Il “molla a poppa!” del Comandante mi costringe a tirar fuori le mani dalle tasche per liberarci dai legami terreni. La Barca attraversa la bocca del porto, libera, e  nere scogliere tagliano la vista dell’orizzonte.

Cormorani, neri, si alzano sospettosi volando su un cuscino d’aria poco sopra le onde per poi innalzarsi e precipitare giù come saette, scomparendo nel blu del mare. Mentre tiro su i parabordi guardo verso il faro rosso del porto. Lo lasciamo al traverso.

Il Comandante dà gas al motore e una nuvola bianca accompagna il rombo del diesel. E’ lì che il Vento mi colpisce in pieno sulla faccia, lasciandomi gocce di sale umide nei capelli.

Ne avverto il sapore sulle labbra.

Torno a sedermi a poppa, nel Vento che il ridosso della cabina mi spinge addosso, socchiudo gli occhi e con la mente vuota  lascio che i sensi possano rubare fuori tutto ciò che tocca il mio corpo.

E allora sò perché sono lì.  

Inserito da: isole | novembre 23, 2008

Terremoto!

 

terremoto23 novembre 1980 – 19:30 circa. Domenica (come oggi)

Baia (Napoli), nella stanza di Nunzio

 

“Oh, ma sto vinello a pranzo… niente male, eh?” – “però… mi gira un po’ la testa…”

La luce è bassa.

Sono seduto davanti ad un tavolo. Ho gli occhi incollati sul bottiglione di coca cola che è davanti a me. Sono un po’… “distratto”.

Osservo sulla bottiglia, senza alcuna ragione precisa, quel sottile confine che divide il liquido nero dall’aria all’interno della bottiglia.

E’ immobile.

 Poi lentamente le bollicine cominciano ad aumentare sempre di più, aumenta la schiuma marroncina, e non so perché.

Nunzio, Antonio e Davide sono alle mie spalle, ascoltano le note di Starway to heaven dei Led Zeppelin che si diffondono nella stanza. Improvvisamente un rumore cupo arriva diritto nella nostra testa dal profondo, profondissimo, forse dal centro della terra.

Una vibrazione sussultoria incontra prima i miei piedi e poi il resto del mio corpo.

Mi volto di scatto e i miei occhi incontrano quelli degli altri che sono sbarrati.

La stanza di Nunzio, stretta e lunga ha sulla parete destra un grosso armadio con la sua collezione di lattine impilate l’una sull’altra. Cominciano a vibrare anche loro e a cadere mentre il lampadario ondeggia paurosamente.

Siamo attoniti, non parliamo mentre il rumore diventa assordante. Forse aspettiamo che la terra si apra la terra sotto di noi.

Improvvisamente si apre la porta della stanza, è il padre di Nunzio che urlando recita quella parola che non abbiamo il coraggio di pronunciare, forse neanche di pensare:

“TERREMOTOOOO”

Corriamo giù per gli enormi scaloni della vecchia palazzina, ogni gradino ci viene incontro e mi sembra di correre su una discesa.

Usciamo fuori, nel cortile e quegli interminabili secondi sembra siano finiti.

Ascolto un unico, terrificante suono, quello di un milione di sirene di allarmi che stridono in contemporanea. Il mare di fronte a me è calmo, liscio come l’olio, niente altro.

Dopo qualche minuto, tutto ritorna silenzioso, immobile.

C’è un’impercettibile odore nell’aria fresca e umida. Non so riconoscerlo.

Non so nulla di ciò che è successo oltre la percezione dei miei sensi. Nulla.

Ma ascolto l’eco sordo di una sola, interminabile parola: TERREMOTO! 

Articoli precedenti »

Categorie