“Christine deve fare le foto?
Dove? – Con quale macchina?”
La notizia del Comandante Random aveva colto di sorpresa Brown, in genere quando si trattava di fare foto in “esterna” lo coinvolgevano sempre. Non era un eccellente fotografo, ma nelle sue immagini c’era sempre in maniera chiara ciò che lui voleva ci fosse. In un laboratorio di ricerca questo era essenziale.
Brown riproponeva al suo cervello la domanda che poco prima aveva pubblicamente espresso: “con quale macchina?” Sapeva bene che la molteplicità di cose, impegni, eventi che attraversava la giornata di Christine avrebbe probabilmente prodotto una dimenticanza sulla fotocamera da usare, sulla carica delle batterie e su tutto il resto. Egli aveva, ed era pressoché l’unico, le chiavi del “confessionale”, la piccola stanza senza finestre e con una porta di acciaio con serratura di sicurezza a tripla mandata che le conferiva l’inaccessibilità da parte di eventuali ladri e sprovveduti. Il “confessionale” conteneva un lungo elenco di attrezzature foto e video che venivano utilizzate per le attività di laboratorio il cui valore economico era notevole; in realtà come gran parte delle cose del Laboratorio erano in molti a conoscere la collocazione delle chiavi, ma tutti, proprio tutti, al momento opportuno le chiedevano con atteggiamento di referenza. La richiesta verbale era sempre associata alla motivazione, non si poteva entrare di certo se non si avessero ragioni estremamente valide!
Mentre questi pensieri attraversavano la mente assonnata e distratta, Brown si diresse verso il suo piccolo ufficio, si voltò per verificare che nessuno fosse presente alla “cattura” delle chiavi del confessionale nel luogo pseudosegreto e con atteggiamento furtivo le estrasse da una piccola scatola localizzata nell’angolo più recondito di un cassetto di cianfrusaglie. L’intento di tale collocazione non era di nasconderle, ma piuttosto di confonderle nel mezzo di tanta inutilità; ciò avrebbe reso l’eventuale ladro indifferente alla vista delle chiavi.
Questa strategia aveva prodotto risultati positivi qualche mese prima, quando un misterioso individuo aveva dimorato nel Laboratorio per tutta la notte scassinando senza troppi problemi il massiccio portone d’entrata che risultò quindi molto meno sicuro di quanto sembrasse. In realtà il balordo portò via cose di scarso valore rispetto a quanto avrebbe potuto e tra il frugare tra i vari cassetti aprì proprio quello che conteneva le chiavi senza nemmeno notarle. Si preoccupò piuttosto di bere del vino e mangiare le merendine contenute nello stesso riposte da Brown per tentare di sedare i violenti attacchi di gastrite che lo affliggevano: uno dei tanti medici consultati lo aveva consigliato di avere con se sempre qualcosa da mangiare per “impegnare” i succhi gastrici che gli lesionavano lo stomaco.
-“Devo caricare le batterie della Coolpix, di recente si scaricano troppo frequentemente, sarà ora di cambiarle”- fu il pensiero di Brown mentre si diresse verso il confessionale. Aprì la tripla mandata, accese la luce e si diresse con il braccio verso lo scaffale di destra dove recuperò la Nikon coolpix 5700 acquistata qualche anno prima dopo diverse peripezie e incredibili ritardi sui tempi di consegna. La estrasse dalla lussuosa custodia in pelle che la conteneva, ruotò il pulsante su “on” e dopo qualche istante il display diede ragione ai suoi dubbi: la batteria era scarica. Le due ore necessarie a ricaricarla era un tempo compatibile con i molteplici impegni che Cristine avrebbe dovuto risolvere prima di uscire in mare. Inserito il caricabatteria in corrente un led giallo cominciò a lampeggiare e a contare il tempo necessario a saturare di energia la tozza batteria.
Il computer intanto cominciò ad aprire rapidamente pagine, una sull’altra, come se fossero “suscitate” dal pensiero di Brown e non dipendenti dall’azione che il dito indice della mano destra produceva sul mouse; “doppio clic…eudora…password…kam!?3 – ah, il solito spamming mattutino…ma…” L’occhio di Brown si spostò sulla custodia marcata Nikon sulla sua scrivania. Conteneva semiaperta un tappo copriobiettivo di un colore grigio chiaro.
“Come al solito hanno lasciato la macchina senza copriobiettivo, cazzo, ogni volta è così….”
Ma c’era qualche cosa di anomalo in quel copriobiettivo, istintivamente lo tirò fuori dalla custodia per posizionarlo sulla fotocamera ma era decisamente più piccolo, e poi era grigio chiaro, e non nero come avrebbe dovuto. Nel tentare l’operazione Brown si accorse che la scritta SONY stampata in rilievo sulla plastica rivelava la sua vera origine: era quello della telecamera e non della Nikon. Dubbio 1: Chi aveva preso le chiavi, aperto il confessionale e usato la fotocamera? Non certo lui.
Dubbio 2: ma perché qualcuno aveva messo il copriobiettivo sbagliato nella custodia se palesemente non si agganciava? Perché lasciarlo lì, all’interno della custodia?
Brown scoprì che ancora una volta uno caso strano esigeva risposte chiare. Il primo punto era comprendere CHI avesse usato la fotocamera. Che indizi aveva? Ma certo, le foto contenute nella card digitale avrebbero potuto indicare l’autore e quindi il colpevole!
Rapidamente estrasse la card e la collocò nel lettore ma niente, era vuota, solo il solito file di testo insignificante…. No, per niente insignificante, doppio clic sul file di testo e sul monitor si aprì una lunga ed organizzata serie di informazioni sulle foto scattate. Tra le tante informazioni su tempi, diaframmi, zoom, modalità, saltò agli occhi di Brown un particolare importante, la data in cui le foto erano state scattate: 29 marzo 2006, ore 11:17. Come poteva aiutarlo questa informazione?
Continuando a fissare il monitor chiese a voce alta al Comandante Random, nella stanza di fianco al suo ufficio: – “Vince, cosa è successo il 29 marzo?” Era di mercoledì. Vince sbiascicò qualcosa di incomprensibile che Brown rinunciò a comprendere. Finiva con “…..sse”
Allora un’idea balenò nella sua mente: aprì la pagina di Google in internet e digitò 29 marzo 2006 nell’apposita finestra e poi via, invio. La prima voce apparsa rispose immediatamente al quesito e completò la parola sbiascicata dal Comandante: – “Ma certo, eclisse, c’è stata l’eclisse di sole. Si ricordò che quella mattina era stato poco tempo in laboratorio e in molti avevano osservato il fenomeno tentando di proteggersi gli occhi dall’intensa luce solare nonostante la copertura nuvolosa. Ma non ricordava nessuno con la fotocamera, probabilmente era già andato via.
A questo punto il campo si restringeva: nessuno dei tesisti, dottorandi e collaboratori avrebbe mai aperto il confessionale e preso la fotocamera, non erano autorizzati a farlo. Bisognava verificare la lista dei dipendenti presenti: Frank, Maurice, Valery, Mary Chris, Gabriel, Roxana… Tra questi chi era in grado di usare la macchina? Sulla lista venne rapidamente cassata Roxana. Chi, avrebbe pensato di fare delle foto al fenomeno astronomico? La lista si riduceva ulteriormente: fuori Valery, Maurice, Mary Chris molto impegnati con le loro cose.
Ultimi due Frank e Gabriel.
Brown si diresse verso il primo dei due uffici che avrebbe visitato: l’ufficio di Gabriel aveva una sorta di stanza/ingresso nel quale 3 postazioni con i relativi terminali ospitavano dottorandi e tesisti.
Chiese al primo che incontrò, Ivan, un giovane spagnolo delle isole (Canarie) giunto da qualche mese in Laboratorio portando con se una ventata di buon umore iberico.
Brown chiese senza esitazione: “Ti ricordì lo scorso mercoledì? Ti ricordi dell’ecclisse?” – Ivan un po’ turbato dalla sua irruenza rispose : “Sì, certo, l’abbiamo vista in terrazza”.
“Chi ha fatto le foto?” – aggiunse Brown.
“Gabriel” – rispose.
Il dubbio 1 era stato risolto.
Adesso si trattava di capire dove fosse il copriobiettivo originale. L’ufficio di Gabriel era il posto più idoneo, a questo punto, per cominciare le ricerche. Gabriel non era giunto ancora dalla città quella mattina, come in genere faceva quasi tutti i giorni, ma il suo ufficio era già attivo a causa della condivisione dell’angusto spazio con i suoi tesisti e dottorandi.
Quella mattina era comunque vuoto. Brown si sedette sulla poltrona sproporzionata in dimensioni sia per le esigue misure di Gabriel, sia per l’angusto spazio del suo ufficio. Immaginò Gabriel al lavoro, con i suoi due monitor sulla scrivania, cavi, libri pubblicazioni, il telefono, un casino insomma…. Fatte le foto avrebbe dovuto trasferirle sul suo PC, ma nessuna delle operazioni che seguivano avevano a che fare con il copriobiettivo…La scena del delitto era quella, ma il tempo era sbagliato. Era successo prima di fare le foto: Gabriel dopo aver preso la fotocamera sarebbe velocemente tornato nel suo ufficio, forse perché suonava il telefono o forse perché qualcuno dei suoi lo avrebbe chiamato. Ma il tempo trascorreva mentre gli spiragli di cielo pulito divenivano sempre più rari tra le nuvole incombenti; si trattava di fare presto. In piedi, stacca il copriobiettivo e……ma certo, la mensola! Brown alzò gli occhi ed ecco che lì, solitario, il copriobiettivo nikon. Il caso era risolto, anche se rimaneva una piccola incognita: perché Gabriel aveva poi sostituito il tappo SONY della telecamera ponendolo all’interno della custodia NIKON?
Brown spense le luci e chiuse le imposte dell’ufficio di Gabriel e lo attese in silenzio, al buio.
Alle 10 e 8 minuti Gabriel attraversò la porta della prima stanza, quella degli assistenti e, senza accendere la luce si diresse verso la seconda porta, quella del suo ufficio:
Gli parve strano che a quell’ora fosse tutto al buio….Accese la luce e Brown, con uno scatto felino balzò dalla sedia/poltrona, afferrò Gabriel per il braccio destro e con una piroetta ruotò Gabriel costringendolo a sedere. Brown non voleva che Gabriel ragionasse sulla sua risposta e d’improvviso, con fare aggressivo rivolse la fatidica domanda a quest’ultimo: “Perché c’era il copriobiettivo SONY nella custodia NIKON, parla bastardo!”
Gabriel intimorito e, soprattutto vistosi alle corde cedette immediatamente urlando in lacrime: “Non lo trovavo più, non ricordavo dove avevo messo quello NIKON, ti prego, lasciami in pace….”
Brown sorrise, la confessione era pronta e un altro caso era stato brillantemente risolto.

Sei ragazzi volati via, corpi straziati…
Le persone a cui vogliamo bene non muoiono,
La luce di questa primavera è troppo forte.

