Files, reti e cinguettii nervosi

Riflessioni e contraddizioni (mie)

 

 

Uso molto il computer, fa parte spesso delle mie giornate, e sono confuso…

Provo a ragionarci un po’ su.

Per lavoro, se non sono impegnato in cose di mare (immersioni, laboratorio, interventi tecnici o missioni) smanetto sul computer e la cosa che più mi gratifica è l’elaborazione dei video e delle foto che ho realizzato in mare: riporto ciò che ho visto altrove, vicino o lontanissimo da casa, provando a “condividere” professionalmente uno spazio concreto difficilmente “condivisibile”(sotto il mare).

Scrivo molto, ed è il mio modo di mettere ordine nel tumulto di emozioni, riflessioni, elaborazioni che attraversano la mia giornata.  

Poi c’è la rete, la posta elettronica, le cose “online”, le consultazioni, la possibilità di accedere ad un mondo di informazioni che certamente la mia generazione (ho 43 anni) ha scoperto da qualche anno con una difficoltà iniziale credo non indifferente. In genere trasporto ciò che mi serve nel mio computer, nelle mie cose, provo ad avere un importante, a volte determinante ausilio. Il mio terminale, la tastiera dalla quale in questo momento digito parole mi consente di “trascinare”, “modificare”, “archiviare” le cose che ho preso da questa finestra aperta sul mondo ed elaborarle.

Spesso rifletto su un aspetto certamente molto comune relativamente alla cosidetta “realtà virtuale” e lo confronto con “il mondo reale”. Ho parecchi dilemmi.

Rifletto su quanto tutto ciò abbia a che fare con la nostra antica visione dei mondi ultraterreni, del Paradiso e dell’Inferno o di ciò che immaginiamo sia l’eternità, e con la possibilità di poterli plasmare a nostro piacimento.

Osservo quanto “la realtà virtuale” penetri silenziosamente nel “mondo reale”, proprio nelle strade, tra la gente, avvolgendolo, creando confusioni e schizofrenie soprattutto nelle nuove generazioni: la realtà virtuale è in fondo plasmabile, ci consente con un click del mouse di cambiare ciò che vediamo e questo troppo spesso ci fa credere di aver cambiato il mondo. Ma si può cambiare ciò che di fatto, non esiste?

La mia generazione (quella talvolta più perplessa, quella della “terra di mezzo”) ha giocato a pallone in strada, si è consumata ginocchia e scarpe sull’asfalto della piazzetta, ha fatto a botte per un rigore mancato o per un’ideale.

Oggi, sia mio nipote, sia talvolta i più vecchietti come me giocano a pallone con la playstation e combattono con un mostro nel computer e se si vince o si perde non si hanno segni sulla pelle.

Le uniche ferite che abbiamo, spesso profondissime, sono dentro la nostra testa…

Uno dei dilemmi di cui scrivo è proprio questo: di fatto, qual è il mondo? Dove sono i sensi? La possibilità di toccare, odorare, sentire, gustare, guardare?

Mi viene in mente il film “Matrix” dove il mondo “virtuale” combatte, uccide, ama, ma non muore e non sogna, mai…

Il paradosso è che nel film la realtà virtuale è una sorta di sogno eterno che ha completamente sostituito il mondo reale perché è brutto e mostruosamente grigio.

Già, perché sognare ha a che fare con qualcosa che non ha corpo, sta nella testa della gente: ai sogni, belli o incubi che siano c’è un’alternativa più comoda, seduti davanti al monitor. E allora perché sognare?

L’obiezione più immediata che mi faccio è: i sogni hanno poco a che fare con la realtà, e allora?

Freud e compagni autorevoli non la pensavano proprio così….hanno a che fare con le aspirazioni, con le angosce, con il passato e con il futuro.

Sia che stiamo a casa davanti al computer, sia che usciamo nel mondo reale sentiamo il bisogno di trasferire tutto nella scatola del computer e lanciarlo nella “rete”, bloccare banalmente il presente. Ma cos’è il presente se non un istante? Se non contestualizzato nella nostra esistenza non ha senso, mentre pensi è passato…

La “rete”, un’altra parola che usiamo spesso dimenticandoci del senso vero;

nel dizionario trovo questa definizione: “rete: arnese di filo, spago o fune intrecciati a maglia per prendere uccelli, pesci, animali selvatici; [in senso figurato] inganno, insidia, agguato”….ops…

Mi viene in mente quando mio nipote (che non è stupido) un paio di anni fa, poco più che adolescente, durante un dialogo su un episodio quotidiano alla parola “cellulare” associò immediatamente e soprattutto unicamente, il telefonino. Nessuna, dico nessuna associazione con cellula  (materia vivente) o al cellulare furgonato della Polizia (era questo il merito della discussione).

Si tratta solo di nuovi strumenti culturali? Di un inevitabile cambiamento della comunicazione? Penso piuttosto che abbia a che fare con il senso delle cose, degli oggetti, del rapporto con essi.

Nei giorni di questa estate, bellissima o brutta ( non ho capito ancora), una cara Persona con corpo tangibile meraviglioso e mente attenta mi ha parlato del suo utilizzo di una “cosa” su internet che si chiama “twitter”.

Significa letteralmente in italiano “cinguettio”. Ciò che mi ha colpito è che il sostantivo ha un altro significato meno comune che è “nervosismo”            …ops…

Mi ha spiegato che tramite computer o un cellulare (ovvero costantemente se si desidera) è possibile inviare  un messaggio, in genere fatto di poche parole, su ciò che si sta facendo in quel dato momento. A riceverlo c’è un numero selezionato o infinito di persone da tutto il mondo che possono decidere di rispondere o inviare la descrizione breve della loro condizione “istantanea”. Il fatto che siano tanti e non identificabili ne fa una massa indefinita, non effettivamente“scelta” e, ovviamente, nel 99% dei casi sono persone assolutamente sconosciute.

Alla mia domanda, forse banale del “perché”, la mia Amica mi ha risposto che è un modo per “condividere” quell’istante e aggiungo io, forse per sentirsi meno soli.

Un istante che contiene, oltre la posizione fisica nello spazio, nella maggior parte dei casi, un’emozione o uno stato mentale.

Sembra una cosa leggera, forse anche carina, ma…

Io ho provato a comprendere questa “cosa”, ad osservarla e ho scoperto una realtà “virtuale” fatta di regole che sembrano usuali, ma non credo affatto casuali, in un mondo che apparentemente sembra senza regole.

Innanzitutto la forma grammaticale: si scrive in terza persona e al presente, ad esempio: “ sta passeggiando per la città”.

Chi sta passeggiando per la città? Io passeggio per la città, ho un corpo vero, non un fantasma che solo io riesco a vedere, ho un corpo che interagisce fisicamente con il mio ambiente, io ho mal di testa o devo fare pipì, non lui lei, e un istante nella nostra esistenza è un tassello di una vita che ha un prima e un dopo fatto di cose tangibili.

Il tentativo è quello di unificare virtualmente istanti della propria quotidianità, rendendola pubblica, in una logica che altrove avrebbe molto poco senso..

Il problema è che la terza persona grammaticale identifica qualcun’ altro, e non se stessi e il presente indica un istante, senza passato né futuro.

Immaginatevi se incontro uno per strada, in carne ed ossa, uno con il quale posso confrontarmi e gli dico : “sta passeggiando per la città”.

Avrò o non avrò risposte concrete da un’ interlocutore con il quale mi confronto fisicamente. Se sono orrendo o bellissimo, se puzzo o profumo come una pastiera, se  lo dico incazzato o in modo pacato avrò una reazione diversa con la quale devo confrontarmi.

La modalità e il contenuto delle cose, indissolubile connubio.

Voglio dire che quando parlo con qualcuno mi aspetto una risposta: ho guardato verso di lui, ho emesso delle parole scegliendo un modo, un’espressione del volto, un tono di voce. Qualcuno obietterà che in realtàsi scrivee non si parla. Assolutamente no, questi sono i canoni di un dialogo, non certamente di una scrittura.

Il problema è la relazione sociale che è andata a puttane, e cerchiamo surrogati che ci coinvolgano di fatto, il meno possibile, che ci consentano di correre rischi minori rispetto al confronto reale.

Altro aspetto non meno importante e già trattato in parte sono gli interlocutori.

Provo ad immaginarli, non posso fare diversamente.

E mi rifaccio la domanda che ho fatto alla mia Amica: Perché, perchè informare qualcuno che potrebbe essere la persona più abbietta e sgradevole del mondo, stupida o eccelsa, di un mio stato, fisico o emozionale che sia?

Ho provato a darmi una risposta: in realtà non sto cercando una relazione sociale che ha tutt’altri canoni, non sto condividendo perché con-dividere significa “dividere con altri” e soprattutto “avere in comune”, non sto comunicando in quanto implica un interlocutore tangibile, e allora che sto facendo?

Forse sto urlando a nessuno che sia in grado di “sentirlo”, più che di ascoltarlo o leggerlo, quanto sono solo e quanta difficoltà ho a relazionarmi con il mondo delle cose vere, delle persone buone o cattive, attente o distratte, belle o brutte che siano.

Coloro con cui parlo sono coloro che ho scelto, sono coloro che possono in qualunque modo contribuire alla mia crescita interiore ed esteriore. Poi possiamo decidere se attraversare le reciproche esistenze, per un attimo o per sempre.

E’ la schizofrenia della nostra esistenza che trova sfogo in una bolla vuota, e nel vuoto neanche la musica sisente…

 

P.S. Pubblico queste riflessioni su questo spazio virtuale e questa non può che essere una contraddizione, ma i miei pensieri non mi escludono da tutto ciò.

Provo solo a capire il mondo nel quale sono immerso.

Ho creato questo spazio per scrivere di me, della mia vita fatta di passato, presente (ops, è andato) e futuro, di gioie e di angosce, di cose umane.

Cerco opinioni, provo a darne, convinto di pochissime cose rispetto a qualche anno fa.

Ho imparato che una sola cosa è certa, niente…

Risposte

  1. Twitter e’ uno dei tanti mezzi del web 2.0 o social network che soddisfa, in maniera gratuita, senza impegno ne’ sforzo il nostro bisogno di appartenenza.
    E poi.. Alla fine, in mezzo a tanti ‘impicci’ anche un po’ di sano cazzeggio gratuito non fa male no? ;)

  2. il web 2.0? Il social network? O il cazzeggio?
    Il sano cazzeggio fa benissimo. Ho provato a guardare con una riflessione oltre il sano cazzeggio, ed ho tratto delle conclusioni, forse non condivisibili, ma tutte mie…
    P.S.:”…che soddisfa, in maniera gratuita,senza impegno ne’ sforzo il nostro bisogno di appartenenza.” Credo sia questo il vero problema… A mio parere l’appartenenza è un’altra cosa, ha a che fare con la propria identità e con le proprie radici e talvolta richiede sforzo e impegno :-)
    Se hai pazienza e un pò di tempo ( :-( ) ti consiglio “i barbari” in SCRIVERE nel blog Se proprio non dovessi avere tempo allora anche solo l’ultimo filmato, il numero 8, dura poco più di 5 minuti.
    Saggio, molto saggio…


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