Il Mare di dentro

Io non so cosa successe quella mattina,

spesso me lo chiedo ancora…

Stranamente non ne parlai mai con i miei compagni d’avventure, mai loro ne fecero parola, tutto finì alla prima boccata d’aria vera,o forse cominciò…..

Era un agosto di circa 22 anni fa, avevo un paio d’anni di esperienza subacquea abbastanza intensa trascorsa nel cercare qualsiasi momento utile per “tornare” nel mare, quel mare che imparavo a conoscere e ad amare con entusiasmo.

Frequentai due anni prima un corso d’immersione nel quale imparai che si può vivere su questa terra, ma anche dall’ altra parte di essa, scivolando nel fluido blu delle emozioni. Con me Pino e Roberto che pochi mesi prima avevano frequentato lo stesso corso e mi avevano parlato della “cosa” come un esperienza fuori dalla quotidianità.

Quella mattina di agosto eravamo, come buona parte della nostra stagione estiva, a Sant’Angelo d’Ischia e dopo un non facile risveglio reso evidente dagli scontati ed indispensabili occhiali scuri provavamo ad emettere i primi suoni che uscivano al quanto distorti dalle nostre bocche.

Eravamo sui soliti scalini della piazzetta aspettando che il sole nel suo peregrinare mattutino giungesse a regalarci l’energia necessaria a spostare i muscoli del nostro corpo verso una nuova destinazione.

Quella mattina Pino, con tono pacato, inaugurò i suoni emettendo un:

“Guagliù, che ne dite di un tuffo, ma serio, nell’acqua fredda intendo….”

“L’acqua fredda”, quando l’imperioso sole di agosto ti soffocava significava immergersi abbondantemente al di sotto del “termoclino” che spesso ti faceva rimpiangere la calura del mondo di fuori.

 Le risposte non tardarono a venire, cenni di assenso produssero risultati sui quali chiunque ci avesse incontrato pochi istanti prima non avrebbe scommesso.

Punto primo:le attrezzature.

Erano i nostri gioielli,ognuno le custodiva come reliquie nel giallissimo borsone Technisub. Erano “stivate” nella baracca di Corrado, sotto la torre, che oltre a caricarci le bombole con un vecchio compressore Bauer, forniva asilo alle nostre attrezzature.

Corrado, il giovane ed abile carpentiere del cantiere di rimessaggio nautico “sotto la torre”, aveva già provveduto alla esosa ricarica alla fine della nostra ultima immersione: da esperto subacqueo,ma soprattutto cacciatore, come gran parte dei subacquei del tempo, riteneva che doveva essere sempre “tutto pronto”-“…non si sa mai!”- ripeteva riferendosi a confluenze tra qualche ora di tempo libero e la notizia di avvistamenti di pesce da parte dei pescatori locali, occasione da non perdere!

Mi licenziò dicendo:“ Uè, stasera aggia magnà pesce!”

Lui non riusciva a comprendere che potessimo immergerci con scopi diversi dall’unico che conosceva ovvero sparare pesci, pensava fosse un’inutile perdita di tempo e di energie.

Noi invece in acqua giocavamo, ma con molta serietà!

Amavamo lasciarci cadere nel blu intenso, sentirci leggeri quando il mondo fuori provava a scaricarci addosso il fardello della responsabilità di essere giovani e in quanto tali coloro che avrebbero dovuto reggerlo il mondo,amavamo ascoltare il rumore delle nostre bolle, era il nostro modo di essere “fuori”…e questo Corrado non lo capiva,ripeteva: “Vui tenite a’ capa fresca” (non avete problemi). Nel mare ritrovavamo la nostra identità di giovani uomini  proprio mentre il resto del mondo ce ne caricava altre.

Punto secondo: il vettore.

Roberto si mosse con la massima solerzia verso l’ormeggio del nostro gommone, nel piccolo spazio acqueo alle spalle della “Tavernetta”. Si trattava di un vecchio Callegari con fuoribordo Evinrude 25 hp magistralmente “modificato” da Corrado a 35. L’avevamo rimesso a nuovo lucidando la tela e verniciando con maestrìa il paiolo che brillava sotto il sole cocente.

L’accensione del motore precedette di qualche minuto le urla di Carlo, il proprietario del ristorante che si ritrovò il locale invaso dal fumo di scarico. – “La miscela deve essere grassa”- ci ripeteva Corrado, il “lavoretto” al motore richiedeva un’adeguata lubrificazione per evitare pericolosi grippaggi.

Tutti ci conoscevano, eravamo i sub, quelli che non portavano mai niente al rientro dalle immersioni, ma anche quelli che si prestavano volentieri a lavoretti di cortesia nel porticciolo. Spesso i pescatori ci fornivano importanti riferimenti per immersioni su secche sconosciute o sul tempo atmosferico. Tra questi c’era Silvio, un vecchio marinaio d’esperienza a cui spesso chiedevamo notizie sul tempo e che ci rispondeva sempre con assoluta precisione.

Questa maestria ci incuriosiva e un giorno gli chiedemmo ragione della sua abilità. Ci rispose: “Beh,ascolto la radio,tutte le mattine alle 7!”

La cosa ci divertì e cadde con un sorriso il mito romantico di Silvio e delle sue previsioni sempre esatte.

Roberto diresse immediatamente verso l’imboccatura del porto. Pochi metri ci distanziavano dal nostro punto d’immersione, la mitica roccia dell’elefante:era un luogo che conoscevamo bene,sempre affascinante ma ricco di insidie,prima la profondità che dopo uno scalino a circa 15 metri, balzava ripidamente giù fino a 70 metri circa.

In pochi minuti fummo pronti. In acqua indossammo i rispettivi jackets, un ultimo controllo al manometro precedette l’azzeramento della ghiera dell’orologio e della ”massima” del profondimetro, il tempo e lo spazio si annullarono, il mondo cominciava lì….

Eravamo uno di fronte all’altro, con la testa fuori e l’erogatore in bocca, la mano sinistra sullo sgonfiaggio del giubbetto e gli occhi, quelli per un attimo ancora, a ricercare gli altri occhi….

Quello sguardo serviva a “sintonizzare le frequenze” della nostra comunicazione, a creare la percezione degli occhi la cui espressione ci avrebbe detto molto l’uno dell’altro. Braccio sinistro su,bolle che si liberano verso l’alto e noi giù,verso il nostro cielo capovolto.

E’ in quel momento che parte l’istante “Zero”, lasci il mondo fuori per accedere ad un’altra dimensione e spesso mi capitava di pensare che durante il nostro viaggio il mondo si sarebbe fermato ad aspettarci, tutto perfettamente immobile fino alla prima boccata d’aria vera in superficie. A volte non avevo tutta questa voglia di farlo ripartire il mondo di sopra, di lasciarlo così, offrendogli un’unica alternativa possibile alla totale immobilità: obbligarlo a riflettere sul proprio destino.

Ma quando partiva l’istante zero anche la nostra capacità di pensare era rimasta fuori, automatismi istintivi garantivano la cosa giusta al momento giusto come parte di un corpo che và e di una mente che suscita il piacere di un silenzio sempre nuovo, del freddo sulla pelle, del respiro cadenzato che porta su nuvole senza forma, il respiro del mare….

Giungemmo rapidamente a quota – 15 e Pino si affacciò sullo scalino che guardava l’abisso, lo seguimmo. La sensazione fu di essere affacciati dal tetto di un grattacielo a guardare le stelle che però erano sotto di noi. Uno slancio con le braccia in avanti ed ero giù, a volare verso l’infinito.

Il blu del mare non è come quello del cielo,astratto… è fisico, è avvolgente, è una grande madre che ti richiama al suo grembo e nel quale ti senti al sicuro, è la speranza di sentirti libero, essenza fluida, parte fisicamente inconsistente di un’anima sola.

Il nostro lento volo ci aveva portato ad attraversare il termoclino ed una leggera sensazione di fresco aveva penetrato i nostri corpi dolcemente, riattivando un’energia sopita dalla calura esterna. A circa 30 m Roberto accese la sua torcia,puntò verso la parete dove una tavolozza di colore gettata lì da qualche pittore navigante un po’ distratto restituì ai nostri occhi il calore del giallo, del rosso, dell’arancio. Un’aragosta sporse le sue antenne che vibrando silenziose emettevano segnali nel fluido circostante: ipnotizzò per un attimo il mio sguardo rapidamente distolto dal fascio di luce della torcia di Roberto. Pino mi sfiorò, i nostri occhi si incontrarono e ci intendemmo sul da fare. Ancora giù, insieme,verso un obiettivo a noi noto.

Ridussi rapidamente la breve distanza fra me e Roberto toccai il suo braccio e ci ritrovammo a 50m. Adesso dovevamo andare piano per far sì che il consumo di gas e gli effetti dell’azoto fossero ridotti. Una foresta di gorgonie rosse accarezzava la nostra vista mentre una grossa cernia attraversò silenziosamente la parte bassa della mia visione e andò via, impegnata a vivere.

Improvvisamente un suono ruppe il rumore cadenzato del respiro, la voce di Pino attraverso l’erogatore richiamò la nostra attenzione. Puntò il suo indice: escrescenze ramificate si elevavano dalla scura parete, eravamo arrivati al nostro obiettivo: il corallo.

Le estremità evidenziavano minuscoli polipi bianchi distesi a succhiare il loro latte dal mare. Roberto accese nuovamente la torcia e il rosso vivo colpì i  nostri occhi…

Il corallo rosso è la vita che sgorga dalle ferite del mare e pietrifica ogni istante a ricordarti che è lì da molto prima che ti affacciassi all’esistenza, è il suo sangue.

Dedicammo ancora qualche minuto a questa visione sublime spaziando lo sguardo verso l’intera parete accompagnato dal fascio di luce di Roberto.

Il controllo degli strumenti anticipò il pollice verso l’alto di Pino che diede il via ad una lenta risalita.

Risalire dall’abisso, tornare nel mondo, andare via con una nuova consapevolezza nel cuore…è un’impalpabile fiamma che attraversa il tuo corpo e che ti ridona una nuova esistenza, sai perché sei semplicemente lì e non altrove.  

Trascorremmo il tempo di decompressione ad osservare le minuscole forme di vita che affollavano il limbo dei primi o ultimi metri respirando profondamente per scaricare il più possibile l’ abbondanza di azoto.

Allo scadere del sedicesimo minuto dell’ultima tappa recuperammo la superficie.

Uscii con la testa fuori dall’acqua, respirai a pieni polmoni e il mondo ripartì.

Adesso so cosa successe quella mattina, e me lo ricorderò…

Tutto finì alla prima boccata d’aria vera, o forse cominciò…

Risposte

  1. E le tue ferite nell’abisso del tuo io più profondo sono come quest’antico corallo a ricordarti ogni giorno perchè ci sei, giusto così come sei , esattamente qui, dove sei in questo momento.


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