Il Ras del Profeta

 

Hughada, Egitto. Agosto 1993

Sono le sette e trenta di un fine agosto egiziano e Nelson, il capitano, ha dato la sveglia e in barca si diffonde un forte odore di caffè.

A bordo, io, Dino e Simona ci presentiamo piuttosto stanchi, ma ci aspetta una giornata quanto mai emozionante, che forse non dimenticheremo mai.

La partenza di buon mattino da Hurghada, il carico della cambusa e via, con rotta verso Nord/Nord Est, accompagnati dal rassicurante rombo del Malamalù. E’ una simpatica e ben robusta imbarcazione italiana di circa 20 metri, ci porterà in questa indimenticabile crociera verso gli itinerari a Nord dell’arcipelago di Hurghada, attraverso un Mar Rosso insolitamente calmo e senza vento.

Prima tappa la parete di Umm Gamar, stupenda, con le sue grotte passanti e i candidi alcionari, cui segue un secondo obiettivo, Shaab Abu Nuhas, il reef dove giacciono come cullati in un viaggio senza tempo numerosi relitti di epoche diverse, tra cui l’affascinante Carnatic e il Dunraven.

Attraversiamo lo spazio di mare antistante l’isola di Shadwan, nota come “Shaker island”, il versante occidentale dello Stretto di Gobal per giungere in uno spettacolare tramonto egiziano lì, al cospetto della Black Hill, la “collina nera”, che chiude a Sud il montuoso deserto del Sinai.

L’arrivo verso le prime ore della sera e con una calma piatta, rende non facile la fonda in quanto i bassi raggi del sole trasformano la superfice del mare in uno specchio riflettente, impenetrabile al nostro attento sguardo, nelle pur limpide acque di questa baia. In realtà si tratta di un basso fondale corallino che, come ci indicano le carte, è ricco di un dedalo di insidiosi reefs, posti quasi a proteggere un tesoro.

In questo frangente nessuno strumento di bordo può aiutarci, solo l’attento timone di Nelson e gli incredibili occhi di Gin (il marinaio sudanese di bordo, detto Gin Tonic per la sua immaginabile passione), ci condurranno lentamente ad un ormeggio sicuro.

E’ qui che passiamo la notte, tra il reef di Shaab Mahmud e Shaab El Utaf, accarezzati da una tiepida brezza che accarezza il mare sotto di noi: è un suono morbido, cullante, una tenue vibrazione che si avverte nel legno del ponte su cui sono disteso per dormire, quasi la barca fosse un unico corpo con il mare che la avvolge, parte di esso…

E’ una notte magica, c’è una strana inquietudine nell’aria, parliamo tra noi sussurrando e sembra che il vento ci rubi le parole dolcemente portandole lontano, verso Sud, la sensazione è che il mondo cominci lì, e che non ci sia più niente sopra…

Le prime luci del mattino si levano dalla costa arabica già intense, accecanti, ed illuminano l’imponente roccia, il mitico Ras Mohammed, il Capo del Profeta, obiettivo primario del nostro viaggio.

La brezza è calata c’è silenzio assoluto, eppure sembra di udire in lontananza la rimata voce del Muezzin, dall’alto di quel naturale Minareto. E’ il richiamo di Dio, il canto di Allah al nuovo giorno, è l’ora della preghiera, cielo e terra non sono mai stati così vicini.

Eppure non c’è anima viva sopra di quello specchio, un giallo accecante riveste cielo, mare, monti, tutto….

Nelson, che conosce bene quella zona, mi dà il buongiorno con una fumante tazza di caffè, distogliendomi da quella naturale estasi. Mi consiglia di organizzarci con calma, in modo però da giungere a tempo debito sul punto d’immersione, prima che giunga la numerosa flotta dalla vicina Sharm El Sheik con le centinaia di subacquei ospiti.

Un tuffo in mare, un’ abbondante e quanto mai gustosa colazione preparata da Panida (che da buona Tailandese non disdegna mai di un pizzico di peperoncino dovunque), su gli ormeggi e via, verso il Ras.

Io, Dino e Simona cominciamo freneticamente a montare le nostre attrezzature, ad assicurarci della carica delle bombole e già un quarto d’ora prima di giungere sul punto dove entreremo in acqua, siamo pronti.

Ho pensato di portare giù la mia fotocamera, immortalare immagini in uno dei più incredibili punti d’immersione del mondo, ma ci ripenso, so che mi distrarrebbe, dovrei concentrarmi su tempi, diaframmi, flash, allontanandomi dallo spettacolo del mare che ci attende, così come dalla vista dei miei compagni. Opto per la rinuncia.

La sera prima di partire da Hurghada, Roberto, un caro amico, mi ha illustrato su una carta particolareggiata l’itinerario da seguire in immersione; mi rifarò fedelmente alle sue indicazioni.

Seguiremo un tracciato ad “otto”, quasi obbligato per via della forte corrente che avvolge i due reefs paralleli più interessanti: Jolanda reef, dal nome del cargo che vi affondò nel 1981 e lo Shark reef, 170 metri di parete a picco nel blu, dal quale squali di taglie diverse salgono per consuetudine in cerca di prede: sono White tip, squali di barriera, grigi, leopardi, e non di rado, squali martello.

L’altissima concentrazione di vita corallina, nonché di pesce pelagico, è certamente dovuta alla notevole profondità (una batimetrica di 700 metri dista poco oltre), sia all’incrocio di forti correnti provenienti ad Ovest da Gobal e ad Est dal Golfo di Aqaba che fanno di quest’area una festa di colori e di fauna.

Il Malamalù ci accompagna al centro dei due reefs che distano tra loro una settantina di metri, dobbiamo entrare in acqua con la barca in movimento, Nelson ci recupererà poi in corrente; ho con me una “fiamma” che indicherà il punto preciso dove riemergeremo.

Pronti, barca “a folle” e via, in acqua, nello straordinario blu del Ras, ci scambiamo i convenuti segnali e nuotiamo verso il centro dei reefs, in realtà è la corrente a sospingerci a mò di tappeto volante.

E’ dai contorni del reef che abbiamo di fronte che si stacca una figura a noi ormai nota, un grosso e simpatico Napoleone ci viene incontro per assolvere le formalità di benvenuto, ci scruta ruotando ginnicamente i suoi occhi, conosce bene gli animali che gli stanno nuotando al fianco, si aspetta del cibo (che gli rifiuteremo) e ci accompagnerà come un cicerone per quasi tutta l’immersione, allontanandosi di tanto in tanto ma ritornando sempre fedele ad assicurarsi che tutto va bene.

Siamo sui venti metri o più, sulla sella che congiunge i due reefs ed è qui che comincia la festa. Nuotiamo in senso antiorario per un primo breve tratto attorno al Jolanda reef, un branco di enormi carangidi danzano freneticamente corpo a corpo, uno nero ed uno argenteo (è una danza di accoppiamento) e non sono per niente disturbati dalla nostra presenza, salgono e scendono rapidamente dalla superfice al fondo.

Il primo tratto che stiamo percorrendo è controcorrente, avanziamo tirandoci su un cavo lì disposto appositamente.

La mia attenzione è stata fino a quel momento rivolta verso l’acqua libera, adesso abbasso lo sguardo verso il fondo e la parete brulica di pesce corallino: farfalla, angeli, chirurghi, pagliaccio con il loro anemone, leon fish, cernie, che freneticamente escono e rientrano sotto grandi ombrelli di acropore e coralli multiformi.

Giungiamo al relitto del Jolanda, trasportava sanitari, lavandini e gabinetti, considerati un elemento fastidioso in qualunque delle nostre immersioni ed è incredibile come qui abbiano sposato l’habitat locale incrostandosi, colorandosi, facendo da substrato alle più varie forme di vita: sono eleganti abitazioni per due murene giganti che riposano nelle loro sontuose ville.

Abbiamo compiuto quasi i due terzi della rotazione attorno al reef, quando già la corrente si fa sentire impetuosa a nostro favore. Ci lasciamo trasportare lungo il versante esterno quando un branco di eleganti Platax, i pesci pipistrello, ci osserva incuriosito; siamo sui venticinque metri, le morbide forme di questi pesci si contrappongono al blu intenso dell’acqua libera.

Rivediamo il nostro amico Napoleone che ci indica un enorme ventaglio di gorgonia che segna la fine della nostra circumnavigazione attorno al reef del Jolanda. La corrente ci spinge dentro, sulla sella come se volesse impedirci l’accesso a quella mitica parete che ci attende qualche decina di metri avanti.

Siamo tranquilli ma concentrati nel non perdere nessun particolare dello spettacolo nel quale siamo immersi, ci lasciamo ancora trasportare certi che la forza di questo fiume ci indicherà la giusta rotta da seguire, e incontriamo ancora razze, aquile di mare, pesci trombetta, ombrine “ dolcilabbra”, balestra e simpatici pappagalli.

Sembra incredibile come tanta varietà di specie possa essere presente nello stesso punto della terra, mi viene da pensare che si può ritenere un valido esempio di convivenza delle diversità.

Stiamo nuotando attorno allo Shark reef, abbiamo ormai percorso tutto il versante interno, quello che dà verso la laguna, nel variare leggermente l’angolazione delle pinne, a mò di timone, svolto a destra, senza pinneggiare, senza muovere un muscolo. I miei compagni mi imitano, mi rivolgo a loro chiedendogli con un gesto l’ “ok” a cui rispondono nettamente.

Li osservo con attenzione per qualche istante, so cosa ci aspetta dietro quell’angolo ed è importante che ci sia il massimo della lucidità e della concentrazione: il fondo, parallelo alla superfice, comincia a divenire rapidamente scosceso e ripido più che mai… cambia tutto…un muro nel blu, alcionari bianchi, viola, rosa, gialli e di mescolanze di colori che è difficile descrivere in natura, enormi cernie malabar, cernie rosse, balestra blu, ventagli di gorgonie e poi giù, giù verso il blu, con nessun ricordo nel cuore, sembra la prima immersione della mia vita…mi aspetto ben note sagome da quell’abisso.

Siamo sui quarantatre metri, arresto immediatamente la discesa e risalgo di qualche metro, Dino e Simona sono sopra di me, hanno gli occhi sbarrati e un’espressione di gioia si intravede dalla bocca di Simona, le sue labbra sorridono tra la maschera e l’ingombrante erogatore. D’improvviso ho la sensazione che la luce diminuisca, c’è un’ ombra sulla parete, mi volto di colpo istintivamente verso il mare aperto e non trattengo un urlo nel mio erogatore per attirare l’attenzione dei miei compagni: i dentici rosa del Ras, ben noti a chi si immerge qui in questo periodo dell’anno…me ne aveva parlato con entusiasmo Roberto.

Un muro animale che va dai cinque, sei metri fino a circa quarantacinque metri di dentici, in mezzo ai quali si distinguono numerosi carangidi e barracuda. Distano dalla parete una quindicina di metri, nuoto verso di loro, ma più mi distacco dalla parete, più la corrente mi trascina con forza, è il caso di rientrare, Dino e Simona visti da questo punto sono due formiche aggrappate all’imponente torre: porto le mani al volto e con le stesse imito lo scatto di una foto, a voler immortalare quel momento sublime.

Uno sguardo comune ai nostri strumenti, un assenso d’intesa, il nostro viaggio è finito; risaliamo a velocità costante e mentre raggiungiamo la quota necessaria per la nostra tappa di sicurezza ecco che rispunta lui. Il Napoleone che ci ha guidato, ci gira intorno, ci strizza l’occhio e via ad accogliere qualcun altro certamente in arrivo.

Riemergiamo e c’è qualche istante di silenzio, quasi di smarrimento, rotto unicamente da un urlo liberatorio di Simona, è forse il solo modo per esprimere ciò che abbiamo vissuto…

Nelson, con il Malamalù ci attende pochi metri oltre, sorride e mi guarda con un ghigno di intesa, lui sa….

Il caldo sole di primo mattino egiziano ci accoglie ancora, il Ras del profeta ci saluta e ci prega di custodire il tesoro meraviglioso che ha regalato ai nostri occhi e la grande gioia che ci ha lasciato nel cuore….                

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